Giuseppe Caliò, Uomini Curvi



(Testo della relazione tenuta il 24 luglio 2006 a Caloveto, presso il Centro Studi 'Calibytense Nostrum', in occasione della presentazione di Uomini curvi di Giuseppe Caliò).


UOMINI E SOCIETA’ IN UN TERRITORIO DELL’ITALIA MERIDIONALE
Rilettura di Uomini curvi di Mons. Giuseppe Caliò
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Devo, per prima cosa, esprimere la mia gratitudine a coloro che mi hanno invitato a tenere questa conversazione. Mi è difficile dire i sentimenti che provo in questo momento. Se un sogno ho avuto finché ho vissuto a Caloveto – e anche, a dire il vero, quando non ci ho più vissuto – è stato quello di vedervi sorgere un luogo di cultura. “Cultura” nel senso migliore del termine: un luogo, quindi, che fosse innanzitutto di riflessione; ma non solo. Un luogo di iniziative e di attività, il cui scopo fosse quello di valorizzare quanto di meglio ci fosse nella nostra tradizione, cercando nello stesso tempo di tracciare la linee su cui costruire il futuro. E quando sognavo questo luogo di cultura, pensavo anche a un luogo che rompesse le appartenenze, che rappresentasse uno spazio comune per tutti coloro che volessero finirla con la logica dell’ “o di qua o di là” che avvelena la nostra vita politica e sociale, e volessero invece mettersi insieme alla ricerca delle ragioni della comune convivenza e dei modi per rafforzarle e proiettarle nel futuro.
Per cominciare, la cosa migliore è di raccontare brevemente come è nata questa serata. Quando ebbi l’onore di essere contattato da Tina Caliò per tenere una conversazione in questo Centro su un tema a mia scelta, non mi sembrò opportuno proporre qualche cosa che avesse attinenza con i miei interessi professionali, che rientrano in quella disciplina che si chiama Filosofia del diritto e che si insegna nelle Facoltà di Giurisprudenza. I filosofi del diritto, oggi, si occupano prevalentemente – o in larga parte – di questioni di moda come i diritti umani, la globalizzazione, la bioetica, ecc., oltre che naturalmente dei temi tradizionali riguardanti la giustizia, il diritto, lo stato. Così proposi una riflessione più consona al luogo che ci ospita, che risultasse allo stesso tempo un omaggio alla figura di colui che è all’origine di esso e a cui va il merito di aver creduto fino in fondo nella possibilità di crearlo qui a Caloveto.
Proposi perciò una rilettura del libro forse più calovetese di don Peppino Caliò, Uomini curvi, perché mi sembrava che potesse darci diversi spunti per discutere di noi, della nostra cultura, della nostra società. L’incontro fu rinviato almeno un paio di volte, per ragioni superiori alla volontà mia e degli organizzatori, ma nel frattempo Tina mi aveva scritto che aveva deciso di far ripubblicare il romanzo di don Peppino, in modo da rimetterlo nuovamente in circolazione. Non solo: mi chiedeva anche di scrivere una specie di post-fazione al romanzo, facendomi un onore ancora più grande, e del tutto immeritato. Come tutti sapete, il libro è poi uscito, con la prefazione del Prof. Franco Filareto, l’introduzione di Tina, la mia postfazione. Sono quindi particolarmente contento del fatto che la mia idea iniziale, di riprendere in mano Uomini curvi abbia avuto riscontri positivi e ci abbia condotto a questa serata.
Mi tocca perciò spiegare, a questo punto, le ragioni della mia scelta tematica. Perché può essere interessante oggi rileggere Uomini curvi? Naturalmente la lettura che sto per proporvi è una lettura che si serve dei ferri del mio mestiere, cioè di concezioni della giustizia, di rappresentazioni della vita comune e così via.

Anche se tutti probabilmente lo conoscete, un breve riassunto del contenuto del romanzo è forse necessario per facilitare il mio compito. La vicenda principale è presto detta. Il romanzo Uomini curvi, pubblicato nel 1988 dalla casa editrice Todariana di Milano, racconta la storia di una famiglia nobile in decadenza, la famiglia Filargento, padrona per lungo tempo di Paesegreco, e poi ridotta invece in condizioni di estrema miseria. Non è il caso di spendere troppe parole sui singoli personaggi, e perciò li ricorderò brevemente: c’è il Conte, al quale viene impedito di sposare la persona amata, e madre delle sue figlie, solo perché non è di nobili natali; ci sono le figlie del Conte, la signorina Ofelia e la signorina Margherita, di cui ci interessa in particolare la prima, perché è di questa che don Peppino ci racconta la storia, e vedremo poi per quali ragioni; ci sono le tre contessine zitelle, che rappresentano la rovina del Conte loro fratello. Come ricorderete, il Conte è una persona debole che non è in grado di imporsi sulle sorelle, e finirà per morire di crepacuore perché abbandonato dalla moglie che queste gli avevano imposto.
Questa la vicenda principale, intorno a cui ruotano molti personaggi, alcuni interessantissimi, tutti comunque aventi un significato preciso nella geografia umana e sociale disegnata da don Peppino.
La mia impressione, comunque, è che don Peppino abbia preso a pretesto la storia di una famiglia per parlare soprattutto del mondo che gli sta intorno. Ed è proprio su questo mondo che a me interessa soffermarmi.
Riprenderò qui alcune cose che ho scritto nella post-fazione alla nuova edizione del romanzo, cominciando da quello che ho definito il dato più estrinseco, un dato che può sembrare molto poco interessante, e che invece a me è parso estremamente significativo nel romanzo, forse perché lo ritengo significativo in generale nella realtà per capire non solo (o non tanto) come sono fatti gli uomini, ma soprattutto come si pongono in relazione. Come è fatto il paese in cui è ambientata la storia, al quale don Peppino ha dato il nome di Paesegreco? Nel primo capitolo del romanzo, nel quale viene descritto l’ambiente naturale ed umano in cui si svolge la storia, prima ancora che vengano introdotti i luoghi in cui vivono i “padroni”, si parla di “quell’agglomerato di catapecchie addossate le une alle altre quasi per sorreggersi e per dirsi nell’orecchio la gran pena secolare che provano” (pag. 11). Si tratta delle case in cui vivono tutti quei miserabili costretti a lavorare per arricchire i Filargento e che rappresentano la popolazione di Paesegreco. Ma la cosa che qui mi interessa sottolineare non è tanto la differenza di ricchezza e di dignità tra le catapecchie dei poveri e i palazzi dei Filargento – Palazzo Vecchio, in cui vivono le zie Contessine, e Palazzo Nuovo, in cui vivono le signorine figlie del Conte – ma il fatto che si tratti di case, come dice don Peppino, “addossate le une alle altre”.
A me sembra un dato molto significativo per comprendere un paesaggio umano in cui i singoli individui non si sentono separati gli uni dagli altri; e se non si sentono separati è perché sono con­sa­pe­vo­li innanzi tutto di essere presi in un comune destino, coinvolti in una vita comune, in cui gioie e dolori non sono di ciascuno ma sono di tutti collettivamente. Vorrei farvi notare, a questo proposito, come molte scene del libro si svolgano sui gafi. I gafi, anche se sono giuridicamente luoghi privati, annessi alle case appartenenti alle famiglie, sono veri e propri luoghi ‘pubblici’, in cui membri di famiglie diverse si riuniscono per vivere insieme molti momenti significativi della loro (pur misera) vita. Rappresentano il luogo in cui uno spazio privato (la casa) si sporge verso l’esterno, aprendosi agli altri.
Ora, se sento di sottolineare l’importanza di questo patrimonio di luoghi pubblici è perché qualsiasi collettività esiste, e si sente tale, solo se ha luoghi appropriati in cui “coltivare” il sentimento dell’­ap­par­tenenza comune. E lo sottolineo a maggior ragione perché mi sembra che questo sentimento così importante per ogni collettività – e particolarmente radicato nella nostra identità e nella nostra storia – stia venendo ormai meno. Ho scritto nella postfazione che basta guardare al modo in cui oggi sono fatte le case, o addirittura guardare ai cimiteri, per cogliere i segni di questa scomparsa. Ci avviamo a rinchiuderci nel privato, sottraendo la nostra vita a occhi indiscreti. Stiamo forse perdendo quel senso dei luoghi mirabilmente descritto in un’opera di Vito Teti che dovrebbe essere il libro di testo in tutte le scuole della Calabria (Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli 2004).


Più in generale, comunque – e così riprendo in dialogo con il libro di don Peppino – mi sembra che l’idea del destino comune degli uomini sia il vero punto fermo del romanzo, che coglie in ciò un elemento portante della nostra tradizione culturale, o addirittura dell’an­tro­po­lo­gia dell’uomo meridionale. È difficile rintracciare nel romanzo, infatti, l’ele­men­to della individualità, che è l’elemento tipico dell’iden­ti­tà settentrionale e moderna. Non ci sono, in questa storia, individui che fanno il loro destino, che sono padroni della propria storia. Ci sono invece persone che portano il peso di un destino che non hanno determinato, e che in questo destino esauriscono la loro parabola esistenziale.
Basti analizzare la vicenda di donn’Ofelia, la figlia maggiore del Conte Filargento. Essa è sensibile, vede la sofferenza e la miseria che il dominio della sua famiglia provoca nel paese; è capace di “attenzione”, di sentire nel suo animo la compassione per tutta quell’umanità che sembra dimenticata da Dio e dalla Storia. E tuttavia proprio lei, che è la più innocente tra tutti i componenti della sua famiglia, sente il peso della colpa per quelle sofferenze inflitte ai poveri, come se le colpe della sua famiglia dovessero sommarsi e ricadere su di lei. Sente che quello commesso dalla sua famiglia è un vero e proprio delitto che meriterà e attirerà un castigo.
Nel modo in cui Ofelia sente di essere parte di un delitto rintracciamo, appunto, non il concetto dell’individualità – Ofelia non ha commesso alcuna colpa specifica –, bensì un concetto di colpa collettiva: la colpa non è un qualcosa che riguarda il singolo, ma la collettività (grande o piccola, la comunità o la famiglia) di cui egli fa parte. Lo capisce lucidamente la stessa Ofelia, che al funerale del padre conclude lucidamente: «sei stata condannata anche tu, come tutti quelli del tuo sangue, perché delitto e castigo non sono cose diverse dal sangue e s’ereditano».
Questi personaggi, evidentemente, sono figli di una cultura antica che affonda le sue radici nell’antica Grecia, convinti come sono che le colpe contro Dio e gli uomini si scontano già su questa terra. Lo sanno persino le sorelle del conte, causa di tutte le sventure sue e delle figlie: «noi siamo assalite da un tremore in tutta la vita… – dicono all’Arciprete – È il terribile castigo di Dio, è l’ora sua…».
Alla cultura greca classica, peraltro, rinvia il nodo centrale del romanzo, il fatto cioè che i Filargento, così ricchi e potenti, abbiano dovuto un giorno patire la miseria: qui è il senso greco della giustizia che si fa sentire, fondato sulla consapevolezza che siamo tutti sottoposti a un destino tragico, e che perciò siamo tutti potenzialmente dei “supplici” che devono implorare la pietà e l’attenzione degli altri. A un certo punto, seguiremo Ofelia andare a letto e la vedremo “ruminare” «col cervello a quali porte andare a bussare il giorno dopo», proprio come i paesegrechini avevano fatto da secoli.

Tutti questi elementi ci riportano dunque al momento del destino comune, sul quale mi è parso opportuno richiamare l’attenzione. Ora, credo che sia proprio questo ‘momento’ che ci deve fare riflettere. È evidente che si tratta di una caratteristica delle società meridionali che stiamo progressivamente perdendo. Qui permettetemi di abbandonare l’analisi del romanzo di don Peppino e di avviare una riflessione autonoma che prende le mosse dal punto a cui siamo giunti. Il nostro meridione, anche quello dei piccoli centri, sta diventando sempre più una società, dimostrando difficoltà sempre maggiori nel tentativo di conservare gli elementi della comunità. Questi due termini classici della tradizione sociologica non sono affatto dei sinonimi. Mi rifaccio in particolare all’­ana­lisi di Ferdinand Tönnies (Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887) per dire che la comunità indica un raggruppamento spontaneo, fon­dato su vincoli originariamente naturali e comunque su una conoscenza e un rapporto immediati, mentre la società denota un tipo di relazione in cui tra gli individui esiste innanzi tutto una separazione, che può essere superata solo grazie al consenso degli individui medesimi. La società ha al suo centro un individuo libero ed autonomo, che decide (o meglio, crede di decidere) del suo destino (la sua figura tipica è il contratto giuridico); la comunità è fatta di relazioni che avvolgono l’individuo da tutte le parti e che in qualche modo predeterminano il corso della sua esistenza.
Potremmo cominciare un lungo discorso, a questo punto, per cercare di capire se la società costituisce una collocazione migliore per l’in­di­vi­duo rispetto alla comunità. Me ne guarderò bene. Mi limiterò ad alcune considerazioni che possono – spero – farci riflettere.
Il processo di passaggio dalla comunità alla società è certamente pieno di cose positive, che l’uomo meridionale brama perché forse non le ha mai conosciute. La sfida dell’uomo moderno, chiamato a costruire il suo destino, è una sfida avvincente, che tutti vogliamo provare. Quella della libertà dell’in­dividuo è un’aria che fa respirare a pieni polmoni. Non bisogna dimenticare però che l’individuo moderno, per essere davvero libero, autonomo, deve lasciare da parte le sue appartenenze. Egli è un uomo solo, che deve – da solo – costruire il suo destino. Questa solitudine porta incertezza, insicurezza. Mi è capitato sempre più spesso, ultimamente, nell’occuparmi del tema della sicurezza per motivi di ricerca scientifica, di utilizzare la mia esperienza di uomo meridionale per riproporre un tipo di sicurezza che tutti noi abbiamo conosciuto e che per fortuna ancora conosciamo. La sicurezza che viene dai legami.
I grandi sociologi, i grandi filosofi, non solo contemporanei, hanno scritto a più riprese sulla crisi dell’individuo moderno. Erich Fromm, addirittura, ha parlato di «fuga dalla libertà». La libertà del­l’in­di­vi­duo è una cosa che spaventa, perché isola dagli altri. Oggi, c’è una corrente di filosofia politica molto diffusa (il comunitarismo), che non a caso ha cominciato la sua fortuna nella società nordamericana, la quale insiste proprio sul fatto che non è pensabile un individuo isolato, asserendo che una società può esistere soltanto se gli individui costruiscono la propria esistenza a partire dalle relazioni con gli altri, e non pensandosi come atomi scissi gli uni dagli altri.
Così, proprio nel momento in cui si pensa che della comunità si possa fare a meno, il tema della comunità ritorna in molti luoghi, talora drammaticamente, come dimostrano le molte guerre etniche che si sono combattute in questi anni. Quando si vuole che la comunità muoia, la comunità talvolta si ribella.
Ci sono molti segni che ci dicono della scomparsa della comunità. Mi limito a riferirne due tratti dalla vita quotidiana, che forse possono passare inosservati. Una delle conquiste recenti della libertà del­l’uo­mo meridionale è che non viene più ritenuto obbligatorio come un tempo che ai figli venga dato il nome del proprio padre, cioè che i nuovi nati portino il nome del nonno. Il fatto che il nome venisse tramandato nelle generazioni era uno dei segni, ma anche uno dei mezzi, per legare le generazioni stesse l’una con l’altra, per dare il senso di quella continuità che rappresenta il terreno principale su cui cresce il senso della sicurezza a cui mi riferivo poc’anzi. Ebbene, siamo diventati liberi, scegliamo il nome dei nostri figli, magari guardandolo su un catalogo di nomi. Nulla da eccepire, se non fosse che ciò che noi stiamo perdendo – e non perché qualcuno ce lo porta via, ma perché abbiamo deciso di perderlo – diviene sempre più appannaggio di èlites privilegiate. Mentre noi copiamo i nomi delle star del cinema o della televisione, sono rimaste solo le famiglie dell’alta nobiltà a fissare il legame tra le generazioni attraverso anche un piccolo segno quale può essere il nome di un neonato.
Un discorso non molto diverso si potrebbe fare su altri segni e comportamenti, come quello di portare il lutto. Anche stavolta, venuto meno quello che veniva sentito spesso come un obbligo di facciata, ci sentiamo forse più liberi. Con la scomparsa del lutto, scompare una catena di obblighi reciproci, in nome della libertà. Ma anche in questo modo non scompaiono quei legami che oltre ad obbligarci ci proteggevano e ci guidavano? (Un grande antropologo dei primi del Novecento, Malinowski, fa l’esempio dei riti funerari per esemplificare il sistema della reciprocità che regge la convivenza nella Melanesia: portare il lutto «non è che un anello nella catena di reciprocità fra moglie e marito e fra le loro rispettive famiglie»).
La finisco qui con gli esempi, soltanto per dire che se c’è un pa­trimonio dell’­uomo meridionale è quello di essere un uo­mo in relazione, un essere che non pensa mai a se stesso co­me isolato, un essere la cui identità deriva dalle sue appar­tenenze.
È questo il messaggio che mi sembra si possa trarre dalla rilettura di Uomini curvi e da alcuni suoi elementi, come ad esempio quello religioso: al di là dei contrasti e delle vicende raccontate nel romanzo, rimane una fitta rete di relazioni tra uomini che non si percepiscono come separati. E rimangono i luoghi pubblici nei quali le relazioni si intrecciano e si consolidano. Spero che le trasforma­zioni del nostro modo di vivere, che pure ci devono essere, facciano in modo che i luoghi pubblici vengano preservati e custoditi, in modo da poter man­tenere quei legami che ci hanno cresciuto, dato sicurezza, offerto uno sguar­do sul mondo che non vogliamo perdere, perché rappresenta il nostro modo di stare nel mondo.


                                                                           Tommaso Greco


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