Giuseppe Caliò, Uomini Curvi
●●●
Devo, per prima cosa, esprimere la mia gratitudine a coloro
che mi hanno invitato a tenere questa conversazione. Mi è difficile dire i
sentimenti che provo in questo momento. Se un sogno ho avuto finché ho vissuto
a Caloveto – e anche, a dire il vero, quando non ci ho più vissuto – è stato
quello di vedervi sorgere un luogo di cultura. “Cultura” nel senso migliore del
termine: un luogo, quindi, che fosse innanzitutto di riflessione; ma non solo.
Un luogo di iniziative e di attività, il cui scopo fosse quello di valorizzare
quanto di meglio ci fosse nella nostra tradizione, cercando nello stesso tempo
di tracciare la linee su cui costruire il futuro. E quando sognavo questo luogo
di cultura, pensavo anche a un luogo che rompesse le appartenenze, che
rappresentasse uno spazio comune per tutti coloro che volessero finirla con la
logica dell’ “o di qua o di là” che avvelena la nostra vita politica e sociale,
e volessero invece mettersi insieme alla ricerca delle ragioni della comune
convivenza e dei modi per rafforzarle e proiettarle nel futuro.
Per cominciare, la cosa migliore è di raccontare brevemente
come è nata questa serata. Quando ebbi l’onore di essere contattato da Tina
Caliò per tenere una conversazione in questo Centro su un tema a mia scelta,
non mi sembrò opportuno proporre qualche cosa che avesse attinenza con i miei
interessi professionali, che rientrano in quella disciplina che si chiama
Filosofia del diritto e che si insegna nelle Facoltà di Giurisprudenza. I
filosofi del diritto, oggi, si occupano prevalentemente – o in larga parte – di
questioni di moda come i diritti umani, la globalizzazione, la bioetica, ecc.,
oltre che naturalmente dei temi tradizionali riguardanti la giustizia, il
diritto, lo stato. Così proposi una riflessione più consona al luogo che ci
ospita, che risultasse allo stesso tempo un omaggio alla figura di colui che è
all’origine di esso e a cui va il merito di aver creduto fino in fondo nella
possibilità di crearlo qui a Caloveto.
Proposi perciò una rilettura del libro forse più calovetese
di don Peppino Caliò, Uomini curvi, perché mi sembrava che potesse darci
diversi spunti per discutere di noi, della nostra cultura, della nostra
società. L’incontro fu rinviato almeno un paio di volte, per ragioni superiori
alla volontà mia e degli organizzatori, ma nel frattempo Tina mi aveva scritto
che aveva deciso di far ripubblicare il romanzo di don Peppino, in modo da
rimetterlo nuovamente in circolazione. Non solo: mi chiedeva anche di scrivere
una specie di post-fazione al romanzo, facendomi un onore ancora più grande, e
del tutto immeritato. Come tutti sapete, il libro è poi uscito, con la
prefazione del Prof. Franco Filareto, l’introduzione di Tina, la mia
postfazione. Sono quindi particolarmente contento del fatto che la mia idea
iniziale, di riprendere in mano Uomini curvi abbia avuto riscontri positivi
e ci abbia condotto a questa serata.
Mi tocca perciò spiegare, a questo punto, le ragioni della
mia scelta tematica. Perché può essere interessante oggi rileggere Uomini curvi?
Naturalmente la lettura che sto per proporvi è una lettura che si serve dei
ferri del mio mestiere, cioè di concezioni della giustizia, di rappresentazioni
della vita comune e così via.
Anche se tutti probabilmente lo conoscete, un breve riassunto
del contenuto del romanzo è forse necessario per facilitare il mio compito. La
vicenda principale è presto detta. Il romanzo Uomini curvi, pubblicato
nel 1988 dalla casa editrice Todariana di Milano, racconta la storia di una
famiglia nobile in decadenza, la famiglia Filargento, padrona per lungo tempo
di Paesegreco, e poi ridotta invece in condizioni di estrema miseria. Non è il
caso di spendere troppe parole sui singoli personaggi, e perciò li ricorderò
brevemente: c’è il Conte, al quale viene impedito di sposare la persona amata,
e madre delle sue figlie, solo perché non è di nobili natali; ci sono le figlie
del Conte, la signorina Ofelia e la signorina Margherita, di cui ci interessa
in particolare la prima, perché è di questa che don Peppino ci racconta la
storia, e vedremo poi per quali ragioni; ci sono le tre contessine zitelle, che
rappresentano la rovina del Conte loro fratello. Come ricorderete, il Conte è
una persona debole che non è in grado di imporsi sulle sorelle, e finirà per
morire di crepacuore perché abbandonato dalla moglie che queste gli avevano imposto.
Questa la vicenda principale, intorno a cui ruotano molti
personaggi, alcuni interessantissimi, tutti comunque aventi un significato preciso
nella geografia umana e sociale disegnata da don Peppino.
La mia impressione, comunque, è che don Peppino abbia preso a
pretesto la storia di una famiglia per parlare soprattutto del mondo che gli
sta intorno. Ed è proprio su questo mondo che a me interessa soffermarmi.
Riprenderò qui alcune cose che ho scritto nella post-fazione
alla nuova edizione del romanzo, cominciando da quello che ho definito il dato
più estrinseco, un dato che può sembrare molto poco interessante, e che invece
a me è parso estremamente significativo nel romanzo, forse perché lo ritengo
significativo in generale nella realtà per capire non solo (o non tanto) come
sono fatti gli uomini, ma soprattutto come si pongono in relazione. Come è
fatto il paese in cui è ambientata la storia, al quale don Peppino ha dato il
nome di Paesegreco? Nel primo capitolo del romanzo, nel quale viene descritto
l’ambiente naturale ed umano in cui si svolge la storia, prima ancora che vengano
introdotti i luoghi in cui vivono i “padroni”, si parla di “quell’agglomerato
di catapecchie addossate le une alle altre quasi per sorreggersi e per dirsi
nell’orecchio la gran pena secolare che provano” (pag. 11). Si tratta delle
case in cui vivono tutti quei miserabili costretti a lavorare per arricchire i
Filargento e che rappresentano la popolazione di Paesegreco. Ma la cosa che qui
mi interessa sottolineare non è tanto la differenza di ricchezza e di dignità
tra le catapecchie dei poveri e i palazzi dei Filargento – Palazzo Vecchio, in
cui vivono le zie Contessine, e Palazzo Nuovo, in cui vivono le signorine
figlie del Conte – ma il fatto che si tratti di case, come dice don Peppino,
“addossate le une alle altre”.
A me sembra un dato molto significativo per comprendere un paesaggio
umano in cui i singoli individui non si sentono separati gli uni dagli altri;
e se non si sentono separati è perché sono consapevoli innanzi tutto di
essere presi in un comune destino, coinvolti in una vita comune, in cui gioie e
dolori non sono di ciascuno ma sono di tutti collettivamente. Vorrei farvi
notare, a questo proposito, come molte scene del libro si svolgano sui gafi. I
gafi, anche se sono giuridicamente luoghi privati, annessi alle case
appartenenti alle famiglie, sono veri e propri luoghi ‘pubblici’, in cui membri
di famiglie diverse si riuniscono per vivere insieme molti momenti
significativi della loro (pur misera) vita. Rappresentano il luogo in cui uno
spazio privato (la casa) si sporge verso l’esterno, aprendosi agli altri.
Ora, se sento di sottolineare l’importanza di questo
patrimonio di luoghi pubblici è perché qualsiasi collettività esiste, e si
sente tale, solo se ha luoghi appropriati in cui “coltivare” il sentimento
dell’appartenenza comune. E lo sottolineo a maggior ragione perché mi sembra
che questo sentimento così importante per ogni collettività – e particolarmente
radicato nella nostra identità e nella nostra storia – stia venendo ormai meno.
Ho scritto nella postfazione che basta guardare al modo in cui oggi sono fatte
le case, o addirittura guardare ai cimiteri, per cogliere i segni di questa
scomparsa. Ci avviamo a rinchiuderci nel privato, sottraendo la nostra vita a
occhi indiscreti. Stiamo forse perdendo quel senso dei luoghi
mirabilmente descritto in un’opera di Vito Teti che dovrebbe essere il libro di
testo in tutte le scuole della Calabria (Il senso dei luoghi. Memoria e storia
dei paesi abbandonati, Donzelli 2004).
Più in generale, comunque – e così riprendo in dialogo con il
libro di don Peppino – mi sembra che l’idea del destino comune degli uomini sia
il vero punto fermo del romanzo, che coglie in ciò un elemento portante della
nostra tradizione culturale, o addirittura dell’antropologia dell’uomo meridionale.
È difficile rintracciare nel romanzo, infatti, l’elemento della
individualità, che è l’elemento tipico dell’identità settentrionale e
moderna. Non ci sono, in questa storia, individui che fanno il loro destino,
che sono padroni della propria storia. Ci sono invece persone che portano il
peso di un destino che non hanno determinato, e che in questo destino
esauriscono la loro parabola esistenziale.
Basti analizzare la vicenda di donn’Ofelia, la figlia
maggiore del Conte Filargento. Essa è sensibile, vede la sofferenza e la
miseria che il dominio della sua famiglia provoca nel paese; è capace di
“attenzione”, di sentire nel suo animo la compassione per tutta quell’umanità
che sembra dimenticata da Dio e dalla Storia. E tuttavia proprio lei, che è la
più innocente tra tutti i componenti della sua famiglia, sente il peso della
colpa per quelle sofferenze inflitte ai poveri, come se le colpe della sua
famiglia dovessero sommarsi e ricadere su di lei. Sente che quello commesso
dalla sua famiglia è un vero e proprio delitto che meriterà e attirerà un castigo.
Nel modo in cui Ofelia sente di essere parte di un delitto
rintracciamo, appunto, non il concetto dell’individualità – Ofelia non ha
commesso alcuna colpa specifica –, bensì un concetto di colpa collettiva: la
colpa non è un qualcosa che riguarda il singolo, ma la collettività (grande o
piccola, la comunità o la famiglia) di cui egli fa parte. Lo capisce
lucidamente la stessa Ofelia, che al funerale del padre conclude lucidamente:
«sei stata condannata anche tu, come tutti quelli del tuo sangue, perché
delitto e castigo non sono cose diverse dal sangue e s’ereditano».
Questi personaggi, evidentemente, sono figli di una cultura
antica che affonda le sue radici nell’antica Grecia, convinti come sono che le
colpe contro Dio e gli uomini si scontano già su questa terra. Lo sanno persino
le sorelle del conte, causa di tutte le sventure sue e delle figlie: «noi siamo
assalite da un tremore in tutta la vita… – dicono all’Arciprete – È il terribile
castigo di Dio, è l’ora sua…».
Alla cultura greca classica, peraltro, rinvia il nodo centrale
del romanzo, il fatto cioè che i Filargento, così ricchi e potenti, abbiano dovuto
un giorno patire la miseria: qui è il senso greco della giustizia che si fa
sentire, fondato sulla consapevolezza che siamo tutti sottoposti a un destino
tragico, e che perciò siamo tutti potenzialmente dei “supplici” che devono
implorare la pietà e l’attenzione degli altri. A un certo punto, seguiremo
Ofelia andare a letto e la vedremo “ruminare” «col cervello a quali porte
andare a bussare il giorno dopo», proprio come i paesegrechini avevano fatto da
secoli.
Tutti questi elementi ci riportano dunque al momento del
destino comune, sul quale mi è parso opportuno richiamare l’attenzione. Ora,
credo che sia proprio questo ‘momento’ che ci deve fare riflettere. È evidente
che si tratta di una caratteristica delle società meridionali che stiamo
progressivamente perdendo. Qui permettetemi di abbandonare l’analisi del
romanzo di don Peppino e di avviare una riflessione autonoma che prende le
mosse dal punto a cui siamo giunti. Il nostro meridione, anche quello dei
piccoli centri, sta diventando sempre più una società, dimostrando
difficoltà sempre maggiori nel tentativo di conservare gli elementi della comunità.
Questi due termini classici della tradizione sociologica non sono affatto dei
sinonimi. Mi rifaccio in particolare all’analisi di Ferdinand Tönnies (Gemeinschaft
und Gesellschaft, 1887) per dire che la comunità indica un raggruppamento
spontaneo, fondato su vincoli originariamente naturali e comunque su una conoscenza
e un rapporto immediati, mentre la società denota un tipo di relazione in cui
tra gli individui esiste innanzi tutto una separazione, che può essere superata
solo grazie al consenso degli individui medesimi. La società ha al suo centro
un individuo libero ed autonomo, che decide (o meglio, crede di decidere) del
suo destino (la sua figura tipica è il contratto giuridico); la comunità è
fatta di relazioni che avvolgono l’individuo da tutte le parti e che in qualche
modo predeterminano il corso della sua esistenza.
Potremmo cominciare un lungo discorso, a questo punto, per
cercare di capire se la società costituisce una collocazione migliore per l’individuo
rispetto alla comunità. Me ne guarderò bene. Mi limiterò ad alcune
considerazioni che possono – spero – farci riflettere.
Il processo di passaggio dalla comunità alla società è certamente
pieno di cose positive, che l’uomo meridionale brama perché forse non le ha mai
conosciute. La sfida dell’uomo moderno, chiamato a costruire il suo destino, è
una sfida avvincente, che tutti vogliamo provare. Quella della libertà dell’individuo
è un’aria che fa respirare a pieni polmoni. Non bisogna dimenticare però che
l’individuo moderno, per essere davvero libero, autonomo, deve lasciare da
parte le sue appartenenze. Egli è un uomo solo, che deve – da solo – costruire
il suo destino. Questa solitudine porta incertezza, insicurezza. Mi è capitato
sempre più spesso, ultimamente, nell’occuparmi del tema della sicurezza per
motivi di ricerca scientifica, di utilizzare la mia esperienza di uomo meridionale
per riproporre un tipo di sicurezza che tutti noi abbiamo conosciuto e che per
fortuna ancora conosciamo. La sicurezza che viene dai legami.
I grandi sociologi, i grandi filosofi, non solo
contemporanei, hanno scritto a più riprese sulla crisi dell’individuo moderno.
Erich Fromm, addirittura, ha parlato di «fuga dalla libertà». La libertà dell’individuo
è una cosa che spaventa, perché isola dagli altri. Oggi, c’è una corrente di
filosofia politica molto diffusa (il comunitarismo), che non a caso ha
cominciato la sua fortuna nella società nordamericana, la quale insiste proprio
sul fatto che non è pensabile un individuo isolato, asserendo che una società
può esistere soltanto se gli individui costruiscono la propria esistenza a
partire dalle relazioni con gli altri, e non pensandosi come atomi scissi gli
uni dagli altri.
Così, proprio nel momento in cui si pensa che della comunità
si possa fare a meno, il tema della comunità ritorna in molti luoghi, talora
drammaticamente, come dimostrano le molte guerre etniche che si sono combattute
in questi anni. Quando si vuole che la comunità muoia, la comunità talvolta si
ribella.
Ci sono molti segni che ci dicono della scomparsa della
comunità. Mi limito a riferirne due tratti dalla vita quotidiana, che forse
possono passare inosservati. Una delle conquiste recenti della libertà dell’uomo
meridionale è che non viene più ritenuto obbligatorio come un tempo che ai
figli venga dato il nome del proprio padre, cioè che i nuovi nati portino il
nome del nonno. Il fatto che il nome venisse tramandato nelle generazioni era
uno dei segni, ma anche uno dei mezzi, per legare le generazioni stesse l’una
con l’altra, per dare il senso di quella continuità che rappresenta il terreno
principale su cui cresce il senso della sicurezza a cui mi riferivo poc’anzi.
Ebbene, siamo diventati liberi, scegliamo il nome dei nostri figli, magari guardandolo
su un catalogo di nomi. Nulla da eccepire, se non fosse che ciò che noi stiamo
perdendo – e non perché qualcuno ce lo porta via, ma perché abbiamo deciso di
perderlo – diviene sempre più appannaggio di èlites privilegiate. Mentre noi copiamo
i nomi delle star del cinema o della televisione, sono rimaste solo le famiglie
dell’alta nobiltà a fissare il legame tra le generazioni attraverso anche un piccolo
segno quale può essere il nome di un neonato.
Un discorso non molto diverso si potrebbe fare su altri segni
e comportamenti, come quello di portare il lutto. Anche stavolta, venuto meno
quello che veniva sentito spesso come un obbligo di facciata, ci sentiamo forse
più liberi. Con la scomparsa del lutto, scompare una catena di obblighi reciproci,
in nome della libertà. Ma anche in questo modo non scompaiono quei legami che
oltre ad obbligarci ci proteggevano e ci guidavano? (Un grande antropologo dei
primi del Novecento, Malinowski, fa l’esempio dei riti funerari per
esemplificare il sistema della reciprocità che regge la convivenza nella
Melanesia: portare il lutto «non è che un anello nella catena di reciprocità
fra moglie e marito e fra le loro rispettive famiglie»).
La finisco qui con gli esempi, soltanto per dire che se c’è
un patrimonio dell’uomo meridionale è quello di essere un uomo in relazione,
un essere che non pensa mai a se stesso come isolato, un essere la cui identità
deriva dalle sue appartenenze.
È questo il messaggio che mi sembra si possa trarre dalla
rilettura di Uomini curvi e da alcuni suoi elementi, come ad esempio
quello religioso: al di là dei contrasti e delle vicende raccontate nel
romanzo, rimane una fitta rete di relazioni tra uomini che non si percepiscono
come separati. E rimangono i luoghi pubblici nei quali le relazioni si
intrecciano e si consolidano. Spero che le trasformazioni del nostro modo di
vivere, che pure ci devono essere, facciano in modo che i luoghi pubblici
vengano preservati e custoditi, in modo da poter mantenere quei legami che ci
hanno cresciuto, dato sicurezza, offerto uno sguardo sul mondo che non
vogliamo perdere, perché rappresenta il nostro modo di stare nel mondo.
Tommaso
Greco


Commenti
Posta un commento