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Pianosa

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Pianosa, in fin dei conti, non è che uno dei mille paesi abbandonati; uno dei tanti che l’Italia può permettersi di gettare nell'immenso calderone dello spreco. Se l’isola ha potuto conservare intatta la sua natura, come noi oggi la vediamo (ma solo tramite visite guidate), è grazie al carcere che essa ha ospitato, anzi che essa ha costituito col suo corpo tutt’intero, per tanto tempo. Ora che il carcere è chiuso e il paese è stato abbandonato, tra le case si sente soltanto qualche voce chiamata a sorvegliare sulle macerie di quella che fu la colonia penale. I detenuti di Porto Azzurro in semilibertà, che vengono qui a fare lavori di manutenzione e di assistenza, si mischiano ai turisti, ammessi per ora in numero limitato. La passeggiata tra le case diroccate permette di udire voci senza suoni, appartenute a coloro ai quali sono state dedicate le vie che si percorrono. Qui tutto è silenzio: un silenzio che ora dice soltanto sofferenza e solitudine, e chissà, domani, potrà dire a...

Che cosa è un paese?

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Per me un paese è fatto di case attaccate alle case, di gente che parla affacciata a un balcone. Se i muri non si toccano e i balconi non si guardano, allora non c’è paese ma solo case, magari belle come le ville che in molti desiderano o si costruiscono, ma niente paese. Un paese poi è fatto di persone che sono lì come ci stessero da sempre, attraverso i loro padri e le loro madri o i loro nonni o attraverso le case dei loro antenati. Ma questo non vuol dire che possono starci solo quelli che ci stanno da sempre; vuol solo dire che bisogna starci come se ci si stesse da sempre, anche se si è arrivati da poco, anche se si viene da chissà dove. Sono le pietre del paese a chiedere la confidenza che viene dal tempo; se non si capisce questo, allora si resterà sempre stranieri. Il paese insomma ha bisogno che tu gli offra le tue radici, allo stesso modo in cui lui ti offre le sue. Ecco: un paese è fatto di radici che si incontrano e si intrecciano; radici diverse che diventano una sol...

Vittorio in Via C

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di Tommaso Greco Ci sono persone che più di altre rappresentano un mondo e, quando queste persone se ne vanno, è forte la sensazione che con loro se ne vada pure il mondo che rappresentano. Al mio paese, l'altra sera, è morto Vittorio il postino, anzi, per essere più precisi, "Vittoriu u posteru". Prima di lui, appena il giorno prima, era morta Raffaella Salerno: lo dico non solo per ricordare una mia vicina di casa, madre e nonna di amici carissimi, ma perché nel mio paese nessuno muore mai solo; chi muore se ne porta via sempre qualcun altro. Evidentemente siamo un popolo abituato alla compagnia e non alle imprese solitarie. Comunque, la notizia è che anche Vittorio il postino è morto -- uno dei tanti morti che non ho potuto onorare andando al loro funerale -- e con lui sembra se ne vada quel mondo nel quale ancora scrivevamo lettere e cartoline e attendevamo per giorni che cartoline e lettere arrivassero da lontano. Certo, c'erano anche le bollette e ...

La faccia, la “razza” e il destino

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Dalle nostre parti, in Calabria, si sa: la faccia è una razza. Se vedo un bambino ne riconosco subito i tratti; so già “a chi appartiene”. È un metodo infallibile per riconoscere la gente: un dettaglio qualsiasi, un sopracciglio, l’apertura di un sorriso, uno sguardo scavato, l’andatura, dicono quasi tutto di un individuo, che trova in tal modo la sua collocazione e forse già il suo destino. Proprio per questo, qualcuno può sentirne un peso insopportabile. Ma la verità è un’altra: collocare una persona dentro una “razza” è un modo per includerlo, per dargli un volto più preciso rispetto a quello che si porta sulla faccia. Se viene inteso come collocazione in un destino già scritto, e quindi come annichilimento dei sogni del singolo, è solo perché si dimentica quanto, persino da queste parti, si creda nella possibilità di riscattarsi e di costruirsi il proprio destino, di far fruttare le proprie mani (anche se poi non si dice mai “quello è stato bravo”, ma piuttosto “quello ha fatto ...

In difesa dei muretti

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Da tempo pensavo a questo blog, che ho sempre associato al nome di Peter Camenzind. Peter Camenzind è il protagonista del primo romanzo pubblicato dallo scrittore tedesco Hermann Hesse: è un giovane che ha voglia di scoprire il mondo e che, dopo varie peregrinazioni, torna al suo paese. Si tratta, per lui – e per noi che ne leggiamo la storia – di un ritorno alla natura, alle Origini, allo sguardo meravigliato sul mondo. Vorrei che questo spazio virtuale, che oggi inizia le sue attività, fosse per tutti (innanzi tutto per i calovetesi) un’occasione di riflessioni e discussioni; vorrei che fosse uno spazio in cui si parla di storie e soprattutto di spazi, di strade, di piazze; vorrei che divenisse un luogo per parlare dei luoghi e delle persone che vi sostano o li percorrono o ci vivono. Delle loro storie, del loro passato e del loro futuro. I luoghi ci parlano e ci educano. Segnano la nostra vita più di quanto pensiamo o vediamo. Troppo spesso abbiamo dimenticato la loro...